Intervento della Dott.ssa Lodolini
Psicologa – psicoterapeuta familiare
La famiglia nell'immaginario della psichiatria tra "vittima" e "carnefice".
Nell’immaginario della psichiatria il ruolo della famiglia ha oscillato tra concezioni opposte, che partivano da premesse estremamente discordanti. Quando alla base dei disturbi psichiatrici veniva privilegiato l’aspetto biologico, la famiglia veniva considerata “vittima” di una situazione prettamente innata e biochimica e il trattamento assumeva una linea prevalentemente farmacologia, al contrario, quando veniva privilegiato l’aspetto ambientale e culturale, la famiglia veniva considerata “carnefice” ed il paziente assumeva il ruolo di “vittima” nei confronti di una famiglia disfunzionale, dalla quale deve essere liberato ed allontanato attraverso un percorso di psicoterapia o di integrazione in un contesto sociale sano (Bertrando, Toffanetti 2000).Per diverso tempo, inoltre, la malattia mentale è stata concepita come “colpa morale” che si abbatteva sul singolo e sulla famiglia, uno “stigma” collettivo e contagioso da nascondere e negare.
Da sempre la malattia mentale è infatti stata considerata determinata da cause organiche ed ereditarie. A partire dal periodo che va dall'inizio del secolo alla Seconda guerra mondiale si sostituisce la convinzione di cause ambientali alla base di tutti i disturbi mentali. Per la psichiatria, l'idea ambientalista è influenzata in parte dalla psicoanalisi, in parte dal crescente valore attribuito ai fattori sociali, culturali, ambientali e di conseguenza anche familiari della psicologia sociale.
Per decenni comunque, e questo accade ancora oggi, le due concezioni, organicistica ed ambientalistica, coesistono separate e solo negli ultimi anni gli studiosi sottolineano la necessità di un approccio integrato alla malattia mentale, che ne consideri sia le componenti biologiche ed organiche, che quelle ambientali, sociali, culturali e relazionali e le reciproche influenze.
Excursus storico. L'immaginario della psichiatria.
Si intende ora presentare
un breve excursus storico, dove non essendo possibile soffermarsi su tutti
i passi fatti si presenta solo un percorso saliente, per mostrare l’evoluzione
dell’atteggiamento degli studi psichiatrici nei confronti della
malattia mentale, e della schizofrenia in particolare, ponendo particolare
attenzione al ruolo che, di volta in volta, assumeva la famiglia nei confronti
del paziente (Pancheri, Cassano 1998).
Alla fine del XIX secolo, nonostante fosse dominante un atteggiamento
puramente biologico nei confronti della malattia mentale, alcuni psichiatri
avevano iniziato a prendere in considerazione la presenza di “relazioni
patogene” tra le determinanti delle malattie mentali. Si ricorda
al riguardo la descrizione data da Morel, nel 1860, delle modalità
di interazione del padre dello schizofrenico e della influenza da questi
esercitata sul figlio; la individuazione da parte di Lasègue e
Falret, nel 1877, della “folie à deux” che gli Autori
definivano una follia comunicata; la stretta correlazione, evidenziata
da Lasègue, tra i comportamenti di supplica o di minaccia dei genitori
dell’anoressica. All’inizio del secolo successivo le notazioni
relazionali condotte nell’ambito clinico diventarono più
frequenti. Bleuler nel 1911 nota caratteristiche “tipiche”
nelle famiglie degli schizofrenici quali: estrema rigidità, incapacità
di discutere e ostilità reciproca e Kretschmer prende spunto dallo
studio del comportamento dei familiari dello psicotico per elaborare il
concetto di schizoidismo.
Nell’opera di Freud si possono ritrovare numerose indicazioni sulla
genesi relazionale delle differenti patologie psichiatriche e vengono
poste in risalto una serie di problematiche di origine familiare. Tutto
ciò ha determinato differenti atteggiamenti nei confronti dei familiari
dei pazienti in trattamento assunti dagli psicoanalisti (Parloff, 1961).
La posizione più tradizionalista scoraggiava qualsiasi tipo di
contatto tra l’analista ed i familiari del paziente. Una posizione
meno intransigente considera una certa influenza, definita comunque “patogena”,
esercitata dai familiari nei confronti del paziente. Un terzo atteggiamento,
che si è sviluppato più recentemente, è caratterizzato
da una maggiore apertura verso le persone che hanno un rapporto significativo
con il paziente in terapia, anche se solo occasionalmente, fino a ritenerne
utile la presenza in seduta.
In linea con questo terzo atteggiamento alcuni esponenti della scuola
americana e alcuni psicoanalisti europei esaminano la relazione dei rapporti
interpersonali nello sviluppo delle nevrosi e delle psicosi, e in particolare
della schizofrenia, e ne colgono l’importanza. Sullivan (1972),
attraverso la teoria interpersonale della schizofrenia, interpreta alcuni
aspetti della sintomatologia schizofrenica come risposta a rapporti interpersonali
inadeguati. In particolare, la disattenzione selettiva e la dissociazione
dello schizofrenico assumono il valore di risposte ad una situazione interpersonale
in cui l’io non riceverebbe le necessarie conferme, fino a dar luogo,
a scopo difensivo, ad uno o più “sistemi funzionali dissociati”.
Si tratta di un’operazione difensiva che determina la acquisizione
di una relativa sicurezza a spese di un grave impoverimento esistenziale
che riduce quantitativamente e qualitativamente lo spazio relazionale
dell’individuo.
Inizialmente quindi nella considerazione delle relazioni familiari, prevale
la tendenza a descrivere tratti caratteriali e manifestazioni di patologia
individuale dei singoli genitori. Solo successivamente vengono descritte
le caratteristiche comportamentali o lo stile relazionale del genitore
cui si attribuisce un effetto patogeno nei confronti del figlio.
Alanen (1970) ha ricercato tratti caratteriali e turbe psicopatologiche
nei familiari di pazienti e in un suo studio ha riscontrato notevoli anomalie
comportamentali e gravi disturbi di personalità in una percentuale
piuttosto elevata di familiari.
La maggior parte degli studi che analizzano lo stile relazionale dei genitori,
si focalizzano inizialmente sulla figura materna. Nel 1934 Kasanin, Knight
e Sage si servirono di un concetto proposto precedentemente da Levy per
descrivere l’iperprotettività materna nei confronti del figlio
schizofrenico. Evidenziarono due tipi di madre iperprotettiva:
– la madre dominatrice che non consentiva ai figli alcuna iniziativa,
rendendoli estremamente accondiscendenti in casa, ma incapaci di stabilire
rapporti con il mondo esterno;
- la madre eccessivamente indulgente i cui figli si dimostravano adeguati
a scuola e nel rapporto con gli altri, ma del tutto indisciplinati e capaci
di comportamenti violenti in casa.
Nel periodo post-bellico degli anni '50, fioriscono gli studi sulla schizofrenia
dando un notevole impulso ai nuovi orientamenti teorici: l'unità
disturbata non è più il singolo ma la diade madre-bambino.
Successivamente si darà ampio spazio anche alla figura del padre
(Lidz e Brody) e alla relazione di coppia, spostando così l'attenzione
dalla struttura diadica a quella triadica.
In particolare, nel 1948, Fromm Reichmann propose la teoria della cosiddetta
“madre schizofrenogena”, una donna fredda, dominante e con
forte tendenza al controllo, in gran parte sovrapponibile alla figura
della “madre perversa” identificata da Rosen.
Negli anni ’50 vennero realizzati alcuni studi che prendevano in
considerazione anche lo stile di relazione del padre. Per esempio, Reichard
e Tillman (1950) indicarono le caratteristiche ritenute tipiche del “padre
schizofrenogeno”: un uomo tirannico, ma al tempo stesso indifferente
e tendente al rifiuto. Lidz realizzò una descrizione molto accurata
del padre dello schizofrenico identificando cinque diverse tipologie:
– i padri che manifestano ostilità nei confronti della moglie;
– i padri ostili nei confronti dei figli;
– i padri con esaltato concetto di sé;
– i padri che nutrono sentimenti di fallimento;
– i padri con tendenza ad essere dominati dalla moglie.
Successivamente l’attenzione si spostò a livello trigenerazionale
e furono individuate (Hill, 1955) alcune caratteristiche proprie dei nonni
dei pazienti schizofrenici. Nella ricerca di Hill risultava che le madri
dominanti avevano appreso il loro stile di relazione dal comportamento
tirannico che avevano subito da parte delle loro madri.
Negli anni seguenti, dopo aver cercato la “causa” della malattia
mentale del figlio nei genitori e come si è visto anche nei nonni,
si è iniziato a spostare il focus della ricerca sulla relazione
e sulla comunicazione: non si tende più a considerare “malato”
un partecipante alla relazione, ma si pone attenzione ad entrambi i partners
della relazione e si considera disturbata la loro interazione.
In questa fase quindi predomina la teoria della comunicazione che viene
applicata ai sistemi interattivi umani e vengono evidenziati di meccanismi
comunicativi disfunzionali capaci di dar luogo a patologie più
o meno conclamate (Watzlawick, 1971).
La Teoria dei Sistemi (Bertalanffy, 1971), assume una posizione determinante
nell’ottica relazionale in quanto si dimostra lo strumento più
adeguato a descrivere l’insieme delle relazioni della famiglia o
del gruppo naturale nel quale i componenti hanno una storia e un progetto
futuro in comune. Nel periodo sistemico della prospettiva relazionale
viene presa in considerazione la famiglia “in toto” come unità
strutturale-funzionale con modalità transattive proprie.
L’ottica sistemica consente infatti di cogliere l’importanza
dell’insieme senza dover tralasciare i sottosistemi e gli individui
che ne fanno parte, ed è per questo motivo che il concetto risulta
così appropriato per spiegare la struttura e il funzionamento del
sistema familiare.
In questi anni inoltre vengono proposte numerose ipotesi comunicative
sulla genesi della patologia psichiatrica, tra le quali è molto
nota l’ipotesi del “doppio legame” presentata dal gruppo
di Palo Alto (Bateson, 1965), che dimostrò l’esistenza, nelle
famiglie degli schizofrenici, di modalità comunicative ambigue
e “paradossali”, cioè contenenti una contraddizione
tra livelli di complessità diversi.
L’ipotesi del doppio legame suscitò un grande interesse intorno
alla prospettiva relazionale che acquistò rapidamente notorietà
nell’ambito scientifico. Gli studi sulle famiglie si svilupparono
sia in America che in Europa ed, in alcuni centri, iniziarono le prime
esperienze di psicoterapia della famiglia. I ricercatori indagarono sistematicamente
l’insieme delle relazioni familiari e non più i singoli componenti
o il loro stile interattivo così nello studio della schizofrenia
dall’idea iniziale che le difficoltà incontrate dalle famiglie
fossero causate dal membro schizofrenico, all’idea che vi fosse
in tali famiglie una madre patogena, alla scoperta che il padre era inadeguato,
sino a ritenere che tutti e tre i membri fanno parte di un sistema patologico
di azione reciproca (Haley, 1959). Si arrivò quindi alla convinzione
di aver trovato la chiave per la comprensione di ogni tipo di patologia
psichiatrica.
Nel 1957, Mildefort, dopo aver descritto il trattamento di pazienti schizofrenici,
depressi e nevrotici condotto con le rispettive famiglie, concludeva il
suo studio affermando: «Da questa indagine si può trarre
la convinzione che tutte le malattie psichiche hanno la loro origine nella
famiglia e che molti componenti della famiglia sono coinvolti nello sviluppo
di questa malattia». Contemporaneamente altri studiosi raggiunsero
risultati analoghi. A Topeka e poi a Washington, Bowen con i suoi collaboratori,
presentano un modello trigenerazionale delle famiglie con paziente designato
schizofrenico, fondato sulla differenziazione del sé dal sistema
emotivo di appartenenza. Don Jackson (1959) parlò per la prima
volta del concetto di triangolazione definito in quel periodo “triade
interdipendente”.
Verso il 1950 alcuni studi spostano la genesi dei disturbi psichiatrici
in un’ottica ambientale, una prospettiva, questa, alimentata in
tutta la prima metà del secolo. Cresce quindi l'ottimismo sulla
possibilità di curare in modo efficace i disturbi mentali, compresi
i più gravi, assieme alla tendenza alla deistituzionalizzazione
con la comprensione dei disturbi psichiatrici nel loro ambiente "naturale".
E' in questi anni che l'antropologo George Brown inizia uno studio su
pazienti dimessi dagli ospedali psichiatrici e tornati alla vita normale.
La sua idea, che gli ex pazienti riusciranno a restare nella comunità
tanto più a lungo quanto maggiore sarà il "sostegno
sociale" ricevuto, incontra una poderosa smentita: i pazienti tornati
in famiglia sono quelli che più facilmente subiscono nuovi ricoveri.
La curiosità di Brown lo condurrà a una serie di ricerche
su malattia mentale e famiglia che si estenderanno fino al 1972, conducendo
alla formulazione del concetto di "emotività espressa".
In questo periodo inoltre è molto forte l’assioma di fondo
della terapia familiare che considera la famiglia la causa delle patologie.
Infatti nelle situazioni di famiglie con un paziente psicotico, i primi
terapeuti familiari parlarono di famiglia “disfunzionale”
o “difficile” probabilmente poiché tali sistemi familiari
richiedevano al terapeuta e all’intera équipe un intervento
estremamente impegnativo e difficile. Infatti, queste famiglie portavano
la loro angoscia, rinnovata dalle delusioni, assieme ad una forte esigenza
a delegare; una richiesta formalizzata di aiuto e una identificazione
precisa del “paziente designato”.
Probabilmente per tale ragione quasi tutti i primi terapeuti della famiglia
mostrano verso le famiglie un atteggiamento combattivo, sottilmente ostile.
La premessa comune è che i pazienti devono essere salvati, riscattati,
emancipati dalle famiglie ovvero dagli altri familiari.
Nella psichiatria mondiale, negli anni '60 aumentano gli interventi nella
comunità. Mentre continua quasi ovunque il declino dei grandi ospedali
psichiatrici, i centri di psichiatria comunitaria si moltiplicano.
In Inghilterra prende piede il metodo di riabilitazione sociale, già
auspicato da Maxwell Jones (1968), che prevede la costruzione di centri
in cui i pazienti psichiatrici, considerati più disabili che folli,
possono imparare un mestiere, mentre le attività diversive fanno
posto a occupazioni che permettano alle persone malate di reinserirsi
nella comunità in senso pieno. Nel contempo si insiste sulla dimissione
dei pazienti per prevenire il danno dell'istituzionalizzazione a lungo
termine (Wing, 1978). La situazione è simile in tutta l'Europa
settentrionale (in Italia solo poche ma significative voci hanno l'ardire
di affrontare la questione).
Alla fine degli anni ‘70 si assiste in psichiatria ad un ritorno
a una concezione sostanzialmente biologica dei disturbi mentali, con lo
spostamento in secondo piano di tutti i fattori psicologici, sociali e
ambientali. Si sviluppa l'idea della schizofrenia come deficit cerebrale
irreversibile che porta gli psichiatri a interessarsi soprattutto dei
cosiddetti sintomi negativi della schizofrenia, quelli che evidenziano
appunto una perdita di funzioni (Crow, 1980; Andreasen, 1983), ricavandone
l'idea che gli schizofrenici devono essere riabilitati più che
curati, in modo tale che si adattino a convivere con il proprio handicap.
Frattanto l'atteggiamento dei tecnici, considerato colpevolizzante, promuove
la formazione di diverse associazioni di familiari di pazienti psichiatrici
che diventano insieme gruppi di auto aiuto e gruppi di pressione.
Se spesso, negli anni precedenti, evidenze biologiche erano state trascurate
in favore delle ipotesi ambientali, ora si trascurano tutte le evidenze
ambientali perché ciò che si ricerca è puramente
biologico.
In questi anni diverse sono le strade adottate: alcuni scelgono di accettare
la psichiatria biologica (molte terapie integrative e gli interventi psicoeducativi);
altri di accettare i vincoli di spesa e fare terapie sempre più
brevi ed essenziali (la terapia orientata alle soluzioni); altri ancora
di accettare l'impossibilità di cambiare le persone (e i contesti)
e limitarsi a fornire una possibilità alle persone di parlare e
di essere ascoltate (le terapie conversazionali). Tutte le terapie cercano
convalide sperimentali, anche se i modelli più antichi e onorati
insistono a ostentare, in proposito, una sorta di aristocratico distacco.
A partire dagli anni 1970 numerosi sono stati i ricercatori che si sono
interessati all’analisi delle famiglie con un familiare affetto
da patologia mentale.
Notevole interesse è stato rivolto allo studio delle strategie
di coping utilizzate dalla famiglia per affrontare la situazione e degli
effetti che alcune variabili familiari hanno sul decorso e sulla prognosi
della malattia (Hatfield, 1981; Spaniol, Jung, Zipple e Fitzgerald, 1987).
Per quanto riguarda gli effetti che le variabili familiari hanno nel processo
di cura del paziente, sono stati individuati alcuni fattori di stress
che possono contribuire alle ricadute. Diverse ricerche (Leff et alii,
1983; Pederson-Hardesty, Fallon, Schirin, 1985; Ventura, Nuechterlein,
Lukoff, 1986) hanno dimostrato che gli eventi stressanti di vita familiare
hanno un effetto di “tripper” nell’esordio dell’episodio
schizofrenico in pazienti in terapia farmacologica.
Di questi anni sono gli importanti studi sull’“Emotività
Espressa”. Con tale termine si intende lo stress continuo, cui i
familiari dei pazienti psichiatrici sono soggetti: la loro preoccupazione
relativa ai sintomi e le pressioni esercitate sul paziente affinché
migliori. Essa varia in relazione a diversi gruppi familiari ed è
sensibile alla variabile culturale.
Alcuni di questi studi hanno dimostrato che se il paziente torna a vivere
in un ambiente familiare dove c’è un alto livello di Emotività
Espressa, va incontro con più probabilità ad una riacutizzazione
dei sintomi entro un arco di tempo compreso tra i 9 mesi ed i 2 anni,
rispetto a quelli che tornano a vivere in ambienti con bassa Emotività
Espressa.
L’ampio corpus di ricerche su questo argomento ha contribuito a
dimostrare il fatto che alcune variabili familiari, come eventi delle
vita quotidiana e pressioni familiari, costituiscono fattori di stress
che interagiscono con la predisposizione biologica e l’effetto protettivo
dei farmaci nel provocare la recrudescenza della sintomatologia schizofrenica.
Trattamenti rivolti alle famiglie (educazione, gruppi di sostegno e terapia
familiare) insieme al trattamento farmacologico (Leff et alii, 1982) hanno
un effetto positivo e significativo nella prevenzione delle recidive in
pazienti schizofrenici. Sembra, infatti, che i familiari dopo il trattamento
mostrino atteggiamenti meno critici nei confronti del paziente.
Fallon et alii (1985) sperimentano un intervento familiare di tipo comportamentale,
con l’obiettivo di migliorare le abilità dei familiari nell’affrontare
lo stress, rendendo più efficace la loro comunicazione e potenziandone
le abilità di problem solving.
Oltre a quello di Emotività Espressa, ha acquistato particolare
rilevanza nello studio della famiglia anche il costrutto di “Carico
Familiare”, inteso come l’insieme degli effetti negativi,
soggettivi ed oggettivi, derivanti dalla convivenza con un paziente psichiatrico
(Hoenig Hamilton, 1966).
La famiglia: le considerazioni attuali.
Gli studi sull’Emotività
Espressa e sul Carico familiare, nonché le innumerevoli riflessioni
e gli interventi pionieristici della Terapia Familiare, hanno condotto
alla nascita di un modello complesso, che, superando il rischio di colpevolizzazione
dei familiari e la visione puramente organicistica della malattia, comincia
a riconoscere gli utenti e le loro famiglie come attori che partecipano
alle scelte ed alle politiche del Servizio (Morviducci C., Guerriero S.,
Madonna G., 1998).
Inoltre, l’applicazione della legge 180/78 ha determinato un nuovo
modo di pensare ed affrontare l’intervento psichiatrico: non più
considerando centrale l’Ospedale Psichiatrico quanto il Territorio
con un conseguente interesse sempre maggiore per il contesto socio-familiare
nel quale il disagio psichico si manifesta. La famiglia assume quindi
un ruolo di primaria importanza all’interno di del progetto psicoterapeutico-riabilitativo,
poiché è solo tramite una stretta collaborazione tra tutti
gli attori coinvolti che è possibile “allargare l’orizzonte
della complessità del disagio”, trovare cioè nuove
risposte, più funzionali che coinvolgono sia la famiglia che i
servizi (Pezzano, 1997).
L ’esigenza di realizzare un intervento rivolto alle famiglie, ben
coniugabile con il lavoro del Servizio, che permetta la coesistenza di
vari punti di vista sull’eziologia della malattia mentale e che
non veda i familiari colpevolizzati, ha condotto alla nascita dei trattamenti
psicoeducativi, intesi come interventi rivolti a valorizzare il significato
della famiglia nel processo di cura del paziente psichiatrico.
Il trattamento psicoeducativo in ambito psichiatrico ha le seguenti finalità:
fornire informazioni relative alla malattia mentale; favorire l’acquisizione
di abilità e competenze in relazione a tale tematica ed alla gestione
dei pazienti psichiatrici da parte dei familiari, attraverso l’acquisizione
di strategie di coping e di problem solving; promuovere l’acquisizione
di efficaci modalità comunicative; migliorare la capacità
di gestione delle problematiche emotive; ridurre il carico familiare e
promuovere l’attivazione di una rete familiare al fine di evitare
l’isolamento sociale (Lieberman, 1997; Fallon, 1993; Schepisi et
alii 1989; Strachan, 1986).
Un’analisi sull’efficacia degli interventi psicoeducativi
mostra che il lavoro con le famiglie risulta di notevole aiuto alla ripresa
del paziente. Il contenuto informativo di determinati momenti dell’intervento
risulta efficace se fornito in un contesto gruppale, che favorisce la
condivisione ed il potenziamento reciproco (Bertrando, 1997). Inoltre,
sembra che gli interventi psicoeducativi riducano l’Emotività
Espressa ed il rischio di recidive.
Una cultura della famiglia come risorsa.
Oggi l’ottica
con cui ci si accosta alla famiglia dei pazienti psichiatrici permette
all’equipe terapeutica di considerare le diverse persone intorno
alla persona sofferente interlocutori indispensabili coi quali lo psichiatra
deve confrontarsi e coi quali ricercare una comprensione plausibile della
sofferenza schizofrenica.
Soprattutto, le persone vicine al paziente diventano, per l’equipe,
la fonte da cui attingere risorse trasformative ed apportatrici di cambiamento.
Il confronto ed il dialogo con i familiari significa aprirsi ad un contatto
che rappresenti uno scambio con l’altro, che solleciti sfumature,
narrazioni, prospettive, emozioni, ecc. (comprensione dell’uomo,
atteggiamento indispensabile in terapia).
Il semplice coinvolgere i familiari nella cura della schizofrenia è
un’idea ormai dimenticata, e talvolta vista come ostacolante; i
familiari vengono considerati co-terapeuti nel processo di cura del paziente.
Infatti i familiari sono potenti alleati dell’equipe curante a condizione
di essere sostenuti ed accolti nella loro sofferenza e smarrimento nei
loro sensi di colpa, nonché aiutati a costruirsi una interpretazione
e comprensione della crisi del paziente che espliciti la necessità
del loro coinvolgimento nella messa a punto di un progetto terapeutico
più completo e funzionale possibile (Cirillo et alii, 2002).
Aspettarsi dai parenti capacità e risorse significa modificare
l’ottica con la quale si analizza il disturbo psichico interrogandosi
sul come le cose non funzionino bene piuttosto che sul perché non
funzionino.
Una “cultura della famiglia come risorsa” è una premessa
necessaria anche per evitare soluzioni drastiche ed improduttive (Cirillo
et alii, 2002). Considerare la famiglia come risorsa significa riconoscerle
un ruolo prioritario nel rapporto con il paziente, grazie soprattutto
al forte legame presente all’interno del sistema familiare.
Non si deve inoltre dimenticare che dietro ogni paziente psichiatrico,
che soffre, vi è una famiglia sofferente. Lavorare quindi con la
famiglia non vuol dire solamente lavorare per il benessere del paziente
ma anche per quello della sua famiglia. Ogni familiare infatti, può
essere aiutato a recuperare le proprie risorse e l’intero sistema
può contribuire al proprio benessere e così affiancare il
paziente nelle sue necessità: risorse individuali e risorse familiari
insieme danno vita più probabilmente ad esiti positivi ed anche
l’effetto delle risorse sociali aumenta se queste sono interconnesse
con le risorse familiari ed individuali (Fruggeri, 1997).
Conclusioni.
I vari approcci che
tentano di spiegare perché le cose non funzionino a dovere in una
persona che soffre d’esperienze psicotiche di tipo schizofrenico,
presi singolarmente, non hanno portato successi chiari e incontrovertibili.
La terapia farmacologia, come le terapie individuali, il trattamento riabilitativo
e la stessa terapia familiare se attuati singolarmente sono estremamente
limitati poiché non considerano in ottica globale la complessità
della patologia psichiatrica.
Di conseguenza, gli approcci al trattamento non possono ridursi ad un
solo metodo d’intervento. È necessario un trattamento diversificato
e integrato con altri tipi d’intervento ed una stretta collaborazione
non solo tra l’intera equipe curante ed il sistema familiare del
paziente. Si ritiene inoltre estremamente importante dare rilievo al contesto
nel quale la famiglia ed il paziente è inserito attraverso la realizzazione
di una positiva rete sociale. A tale riguardo molte ricerche hanno mostrato
che interventi integrati, che coinvolgono attivamente il familiari (attraverso
interventi psicosociali, psicoterapie familiari e/o di gruppo,…)
hanno avuto successo non solo nel fornire sollievo alle famiglie ma anche
nel ridurre le ricadute dei pazienti (Gabbard et alii, 2000).
Infatti l’intervento integrato permette di stimolare le risorse
del paziente e le risorse della famiglia, ed è la sinergia tra
tali risorse che permette un’effettiva modifica della situazione
(Selvini et alii, 2001).
Da quanto sopra presentato si evidenzia che l’attuale immaginario
della psichiatria nei confronti della famiglia è estremamente modificato
rispetto a quello dell’inizio del XX° secolo. La famiglia non
viene più considerata né in termini di vittima né
in termini di carnefice, ma come sistema affettivo e relazionale fondamentale
e come importante co-costruttore dell’intero processo terapeutico.
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